Marco Valeri

La mia vita con gli immigrati e poi quella da emigrato

  • Autore: Marco Valeri
  • Pubblicato il: 15-03-2024
  • Ultima modifica: 08-04-2024
  • Commenti: 0

A Roma ho conosciuto tantissimi immigrati che sono passati per l’Italia in quegli anni fino a quando sono diventato uno di loro.

 

Ho vissuto la prima parte della mia vita vedendo arrivare tanti immigrati in Italia, specialmente dall’Est Europa e dal Sud del mondo. Era l’inizio del 2000, in quegli anni ho incontrato molte persone provenienti da situazioni lontane e difficili, non facili da capire per molti italiani.

 

Poi, ad un certo punto, sono diventato io un immigrato, quando ho lasciato l’Italia per trasferirmi nel Regno Unito, territorio in cui l’argomento era molto caldo in quel periodo, per via della forte campagna politica legata alla Brexit e per l’attuazione di quest’ultima.

 

Sebbene io sia stato un immigrato privilegiato, bianco in un paese di bianchi, che è arrivato con un aereo e con una cittadinanza importante nel mondo come quella italiana, vivere in un territorio in cui non si parla la mia lingua mi ha fatto provare quelle sensazioni che i miei stessi amici stranieri hanno avuto in Italia, così come mi ha fatto sperimentare tante emozioni forti che si provano quando ci si trasferisce a vivere all’estero.

 

Lascia che ti spieghi cosa significa vivere con gli immigrati per poi diventare uno di loro, lascia che le righe di questo articolo ti facciano entrare nel vivo di un tema che è da sempre sotto gli occhi di tutti, ed infine lascia un tuo commento nell’articolo per dirmi la tua opinione a riguardo.

 

 

La mia vita con gli immigrati

È da quando sono piccolo che sento la persona di turno lamentarsi di chi arriva da un altro paese.

Ci rubano il lavoro.

Fanno come gli pare.

Lo Stato aiuta solo loro.

Vengono qui a rubare.

 

Se sei una di quelle persone che tende a fare questo genere di ragionamento, lascia che ti dica una cosa:

il problema non sono gli stranieri, il problema sei tu.

 

Ho vissuto la mia adolescenza nelle periferie di Roma, nel quartiere di Nuovo Salario. Con l’arrivo del nuovo millennio sono arrivati anche tantissimi immigrati, specialmente dall’Est Europa e dal Sud del mondo.

 

C’era chi trovava lavoro e se lo teneva stretto, lavorando tutti i giorni a testa bassa, realizzando la sua vita nel Bel Paese.

 

C’era, invece, chi non trovava un’occupazione e si arrangiava come poteva.

Li trovavi quando i benzinai chiudevano e ti aiutavano a mettere benzina,

li trovavi al semaforo a vendere fazzoletti e accendini,

li trovavi in giro per la città a smerciare le cose più futili in cambio di qualche euro,

li trovavi fuori dal supermercato ad aiutarti con la spesa in cambio dei cinquanta centesimi del carrello,

li trovavi a combattere per essere accettati in un paese ostile nel mondo del lavoro, soprattutto per chi non aveva un documento con scritto italia.

 

C’era anche chi finiva a fare il criminale per la strada, forse stanco delle barriere di integrazione o forse perché era semplicemente così. Uno di loro metteva in cattiva luce tutti gli altri.

 

Ero giovane, in estate a Roma faceva molto caldo e trovavi questi uomini stranieri che giravano per la periferia di Nuovo Salario. Vendevano calzini, mutande, bracciali. Camminavano per ore sotto il sole, sperando che qualcuno comprasse qualcosa, ma spesso finivano per tirare fuori dalle tasche delle persone del posto un po’ di razzismo e qualche manciata di maleducazione.

 

Ricordo un pomeriggio d’agosto, al bar sotto casa, luogo di ritrovo per i residenti di quella periferia di Roma. Eravamo seduti all’ombra, ci stavamo riparando dal sole cuocente.

Ad un certo punto passa quest’uomo africano, molto alto, secco come un chiodo.

Aveva con sé un borsone pieno della solita merce: calzini, mutande, bracciali, oggetti vari ed eventuali.

Tra le persone più misere del quartiere c’era un certo Italo, un ex finanziere in pensione, che passava le sue giornate al bar a parlare male del figlio, che a quanto pare non era bravo come lui, dei giovani in generale e degli stranieri.

Quel giorno, il miserabile Italo, guarda questo ragazzo africano ed esordisce con:

“Ti serve un lavoro?”

Queste parole hanno fatto brillare gli occhi del giovane straniero che purtroppo si trovava davanti a letame spacciato per oro.

“Sì, io so fare tutto capo” risponde il mal capitato ad il miserabile Italo, che replica con:

“Si va bè, va bè, non ti crede nessuno, venite qui a non fare nulla, vedi di andartene”.

Il giovane aveva capito che quello era letame, non oro.

Ricordo ancora la sua espressione mortificata, umiliata, ferita da chi non conosceva e si era sentito in diritto di giudicare.

 

Ogni volta che incontravo uno straniero in Italia mi sentivo a disagio per via delle situazioni che vedevo in giro, come quella del miserabile Italo.

Questo motivo mi spingeva ad avere una certa accortezza nei loro confronti. Insomma, sapevo che non se la stavano passando bene, così provavo a diventare loro amico o a scambiare due parole.

Mio padre, che era un uomo dal cuore grande, mi aveva insegnato a dare del lei alle persone straniere. Mi aveva insegnato che alle persone più grandi e a quelle che non si conoscono si deve dare del lei, anche agli stranieri.

A quel tempo in Italia quasi nessuno dava del lei a chi non era del posto, era una consuetudine del tempo, come se fossero persone che non meritassero lo stesso rispetto.

 

Il miserabile Italo faceva parte delle persone anziane dell’epoca, ma anche per tanti giovani del quartiere l’attitudine non era diversa. Per molti, i loro fallimenti erano legati a chi veniva da fuori.

Loro non trovavano lavoro perché era pieno di stranieri, non perché non sapevano fare nulla o perché passavano le giornate al bar sotto casa a fumare e lamentarsi.

 

Un giorno, durante una conferenza legata la mondo dell’informatica a Bristol, un signore inglese mi ha detto:

“Se qualcuno che non parla la tua stessa lingua ha un lavoro nel paese in cui sei nato e tu no, significa che non sai fare proprio nulla”.

 

La mia vita da immigrato

E dopo aver vissuto per più di 30 anni in Italia, vedendo il paese diventare sempre più multiculturale, è stato il mio momento, un giorno ho fatto le valigie e sono partito per la città di Londra con un biglietto di sola andata.

 

Mi ritengo un emigrato privilegiato, sono arrivato nel Regno Unito in aereo, sono un bianco atterrato in un paese di bianchi e godo di una cittadinanza importante, quella italiana. Nonostante questi privilegi, ho potuto sperimentare cosa significa vivere in un paese straniero.

 

Regola numero uno di chi vive all’estero: qualunque sia la tua posizione, dovrai sempre fare più di chi è nato lì, anche se non ti è richiesto.

 

Sono fortemente convinto che se ti trasferisci a vivere in un altro paese, indipendentemente dall’accoglienza che ricevi, devi sempre fare qualcosa in più, anche se non ti è richiesto.

Vivo nel Regno Unito, ho un visto permanente, che mi mette nella condizione di avere quasi tutti gli stessi diritti e doveri degli inglesi ma ogni giorno cerco di fare qualcosa in più, anche se non mi è richiesto.

 

Il motivo? Ho sempre avuto la sensazione che se sei straniero hai in qualche modo gli occhi addosso delle persone del posto, è più facile essere giudicati e forse è anche giusto così.

Questo mio modo di pensare ha spesso sollevato critiche da chi vive nella mia stessa situazione e se non sei d’accordo lo posso accettare, ma lascia che ti dica una cosa.

 

Come straniero, devi fare tutto il possibile per non andare mai contro le leggi del posto.

Come straniero, devi impegnarti più che puoi a parlare bene la lingua del paese in cui ti trovi.

Come straniero, ti devi guadagnare il tuo posto nella società.

Come straniero, devi diventare una risorsa utile al territorio che ti ha accolto.

 

Tutti i paesi del mondo hanno problemi, nessuno ne vuole uno in più, e se lo diventi la tua vita sarà miserabile.

 

A molti sembra brutale questo punto di vista ma è la verità. Che tu abbia un visto permanente o meno, ti devi guadagnare il tuo posto in un paese in cui non sei nato e puoi farlo solo lavorando duramente e rispettando le regole che trovi.

Se osservi attentamente questo aspetto puoi conquistare la maggior parte delle persone che sono nate nel paese straniero in cui ti trovi, per i razzisti non c’è speranza, per questi ultimi i loro fallimenti saranno sempre colpa tua, così non dovranno prendersi la responsabilità dei loro errori.

 

La colpa è sempre degli altri quando non sai risolvere i problemi

Mi sono trasferito a vivere a Londra nel 2015 quando il Regno Unito faceva ancora parte dell’Unione Europea. Ad ogni modo, sono arrivato in un territorio dove la campagna elettorale della Brexit era un tema davvero caldo. Il paese era spaccato a metà tra chi voleva rimanere nell’Unione Europea e chi voleva uscire.

 

Il politico che cercava, ed poi è riuscito, a portare il Regno Unito fuori dall’Unione Europa era Nigel Farage, personaggio di estrema destra del Parlamento Britannico.

Per Farage, ogni male del paese era per via degli stranieri che venivano dall’UE.

La sua campagna elettorale era tutta improntata sul fatto che ogni problema nel Regno Unito era causato dall’Unione Europea, a quanto pare il Governo non aveva colpe a riguardo.

Non c'era, ovviamente, lavoro perché gli stranieri lo “rubavano”, nonché questi ultimi venivano in UK a prendere i sussidi.

 

Farage aveva promesso che se la Brexit si fosse attuata, tutti i soldi che il Regno Unito dava all'Unione Europea sarebbero stati dati a NHS, il sistema sanitario nazionale, e che ci sarebbe stato più lavoro per i cittadini.

Nessuno gli dava una lira eppure il referendum per la Brexit ha vinto.

Oggi che il Regno Unito non fa più parte dell’Unione Europea ma è entrato in recessione, il servizio sanitario pubblico è al collasso e Farage continua a puntare il dito su nuovi immigrati.

 

Come ti dicevo, sono arrivato a Londra nel 2015, in questo pieno clima di odio e amore tra cittadini dell’UK e dell’Unione Europea.

 

Ho vissuto alcuni atti di razzismo nei miei confronti.

Una volta un'anziana signora inglese alla fermata dell’autobus mi ha detto che ormai eravamo troppi.

Una volta ero sul treno che porta all'aeroporto di Stansted, una controllora si era impuntata che il mio biglietto, all'epoca erano ancora cartacei, fosse falso. Instaurò una discussione assurda e alla fine mi strappò anche il biglietto, davanti agli occhi increduli dei suoi colleghi che comunque mi fecero arrivare a destinazione dato che avevo palesemente pagato per quel tragitto.

Un'altra volta, un controllore alla fermata di Hackney Central, disse alla mia ragazza, che non aveva capito una sua informazione, che lui aveva parlato in perfetto inglese britannico, che non capiva perché lei non avesse capito.

 

Questi sono spiacevoli situazioni che tutti gli immigrati del mondo finiscono per vivere almeno una volta e ti posso dire che feriscono. Non sai mai da dove arriva una persona che non parla la tua stessa lingua, che non ha il tuo stesso accento, così come quello che sta passando in una terra straniera, la prossima volta sii gentile.

 

Ad ogni modo, queste sono isolate e sporadiche situazioni se penso all'accoglienza che io e la mia compagna abbiamo ricevuto a Londra, a tutti gli inglesi che ci hanno accolto a braccia aperte, a tutti coloro che ci hanno offerto sempre una possibilità, a tutti i miei fantastici colleghi che rendono le mie giornate londinesi piacevoli e solari.

 

A Londra sono diventato una risorsa per la società

Nonostante questi sporadici eventi, il resto delle persone che ho incontrato a Londra mi ha fatto sentire sempre il benvenuto, anche quando il mio inglese non era così perfetto.

Ma non è tutto.

A Londra sono diventato una risorsa utile per il paese, trovando un’occupazione, avendo la possibilità di studiare grazie ai finanziamenti del Governo del Regno Unito, accedendo ai servizi di credito che mi hanno fatto muovere nella società.

 

Ho raccontato questo mondo nel mio articolo Vivere a Londra.

 

Per assurdo, ho avuto più possibilità a Londra che nella città in cui sono nato, Roma. E questa non vuole essere assolutamente una polemica, ma è chiaro che i cittadini, stranieri e non, devono essere messi nella condizione di poter contribuire alla società in cui vivono in modo produttivo con posti di lavoro e opportunità di studio per migliorare le loro competenze.

 

Ogni volta che un politico ci propone la storia che la colpa è degli immigrati, l’unica verità è che quest’ultimo, insieme al resto della classe dirigente, non è nella condizione di gestire il paese.

 

Per quanto mi sia trovato male a Roma nel periodo in cui ci ho vissuto, mi fa piacere vedere come l’Italia sia oggi un paese molto più multiculturale. A scuola di mio nipote Lorenzo, che oggi ha 14 anni, ci sono diversi stranieri, questo permette alle nuove generazioni di crescere senza le tante barriere mentali che aveva, e forse ha ancora, parte della mia generazione.

 

Vedo anche che i nuovi artisti, quelli giovanissimi, sono impegnati su questo tema, così come su quello dell’inclusività, portando anche queste tematiche in posti che fanno eco in Italia come il Festival di Sanremo.

 

I miei colleghi a Londra, persone provenienti da ogni parte del mondo, ogni volta che devono andare per un viaggio a Roma mi chiedono consigli su cosa vedere e dove mangiare. Sono molto contento di avere il loro punto di vista quando tornano, trovando Roma una città aperta, piena di persone sorridenti, dove tutti parlano inglese e spagnolo. Le loro parole mi hanno spesso sorpreso e fatto contento, le cose migliorano di anno in anno a Roma così come nel resto d’Italia.

 

Vivere con gli immigrati, e poi come uno di loro, mi ha insegnato che il razzismo cammina sempre a braccetto con l’ignoranza.

 

Come immigrati in un altro paese dobbiamo avere più accortezze, evitare ogni genere di problema, rendere la società che ci ospita un posto migliore.

Come persone che ospitano extracomunitari, abbiamo il dovere di fare in modo che questi riescano ad integrarsi nella nostra società, dare un’opportunità a chi realmente la vuole, smettendo di dare la colpa dei nostri fallimenti a chi viene da un paese più povero, che parte da una situazione svantaggiata e che non parla la nostra stessa lingua.

 

La strada è lunga ma un giorno sarà chiaro a tutti che siamo nati nello stesso luogo, il pianeta Terra.

 

A presto.

 

Scritta welcome sulla strada
Photo by Jon Tyson on Unsplash

Lascia un commento

Per maggiori informazioni consulta la Privacy Policy

0 commenti