Lo scorso mese un mio collega ha lasciato il lavoro con una frase che non dimenticherò mai: “Sinceramente, non sto passando un bel momento.”
Lascia che ti racconti questa storia fin dall’inizio, perché credo che contenga una lezione di libertà per tutti noi.
Era metà maggio. Il mio capo ci aveva chiesto di andare in ufficio per salutare J.: era il suo ultimo giorno. Quasi nessuno sapeva che avesse dato le dimissioni settimane prima. Abbiamo passato la giornata a lavorare come al solito, scrivendo pensieri d’addio su un biglietto, in attesa di andare al pub per l’ultima pinta insieme.
Verso le 16:30, il rito dei saluti. Il capo ha consegnato il biglietto a J. spendendo parole di stima davanti a tutti. Poi, un manager gli ha chiesto, quasi con leggerezza:
— Ma come mai te ne vai, J.?
La sua risposta è stata una freccia dritta al cuore:
— Non sto passando un bel momento. Ho accettato questo lavoro anni fa perché vivevo con il mio partner e dividevamo le spese. Adesso in quella casa vivo da solo. Le cose non hanno funzionato. Sono triste, e la situazione mondiale non aiuta. Ho risparmiato un po’ di soldi e ho deciso di usarli per viaggiare, pensare, forse fare un corso di qualcosa di nuovo. Sento il bisogno di cambiare carriera, di cercare qualcosa che mi metta più a contatto con la natura.
In quel momento avrei voluto abbracciarlo. La sua spontaneità, la sua normalità nel confessare un dolore, mi hanno lasciato senza fiato. Ma da quando ci siamo abituati all'idea che sia sbagliato dire come ci sentiamo davvero, che dobbiamo sempre mostrare la versione migliore di noi stessi? Quando forse la cosa più coraggiosa e normale che possiamo fare è ammettere che non stiamo bene.
— Come stai?
— Non me la sto passando bene. Tutto qui.
Londra, in questo, sta diventando una maestra silenziosa. La città sta cercando di essere inclusiva non solo a parole, ma nei dettagli della quotidianità. Penso ai manichini con disabilità nelle vetrine di Oxford Street, alle pubblicità che finalmente riflettono ogni minoranza, o a progetti come quelli dove i caffè sono gestiti da persone con disabilità cognitive, o ancora all'ufficio dove lavoro, dove il bar è gestito interamente da persone sorde.
C'è anche la campagna "It's okay to not be okay" che invade spesso la metropolitana: piccoli cartelli che ti ricordano che la tua salute mentale vale più della tua produttività.
Tutta questa energia sta spingendo le persone a essere più aperte, libere di spogliarsi della maschera del "successo a tutti i costi". J. ha usato quella libertà per riprendersi il suo tempo e la sua verità.
Mi auguro che J. trovi quello che sta cercando.
Mi auguro che tutti noi possiamo sentirci liberi di dire la verità su come stiamo.
Mi auguro che, nonostante le ombre nel mondo, l'umanità scelga di diventare un posto più accogliente, un respiro alla volta. Siamo in tanti a volerlo. Ce la possiamo fare.



